Non fare stronzate non basta
La dottrina di Obama in politica estera ha trovato una sua nuova, formidabile sintesi: “Don’t do stupid stuff”, con la variante casereccia che prevede “shit” al posto di “stuff”, come avrebbe detto lo stesso presidente americano durante un pranzo alla Casa Bianca con un gruppo di giornalisti. Non fare stronzate è il motto dell’America obamiana, che in forma più rigorosa e altrettanto deprimente è il “realismo riluttante” che il New Yorker ha appiccicato addosso al presidente dopo il discorso (orrendo) di West Point, quello che avrebbe dovuto spiegare al mondo la roboante politica estera degli Stati Uniti d’America.
18 AGO 20

La dottrina di Obama in politica estera ha trovato una sua nuova, formidabile sintesi: “Don’t do stupid stuff”, con la variante casereccia che prevede “shit” al posto di “stuff”, come avrebbe detto lo stesso presidente americano durante un pranzo alla Casa Bianca con un gruppo di giornalisti. Non fare stronzate è il motto dell’America obamiana, che in forma più rigorosa e altrettanto deprimente è il “realismo riluttante” che il New Yorker ha appiccicato addosso al presidente dopo il discorso (orrendo) di West Point, quello che avrebbe dovuto spiegare al mondo la roboante politica estera degli Stati Uniti d’America. Obama si muove con cautela, in concerto con gli altri, non vuole cambiare il mondo, si adatta agli eventi che accadono, anche se sono rivoluzioni, guerre o annessioni territoriali illegittime. Con l’aggravante delle “linee rosse”, ormai diventate una barzelletta, al punto che tutti i leader del mondo che con l’America hanno un rapporto per così dire conflittuale le usano nei loro annunci, dal russo Putin all’iraniano Rohani: tanto le linee rosse possono essere oltrapassate senza troppe conseguenze, nessuno ci bada più. Politico ha pubblicato un articolo pieno di dettagli sul “paradosso di Obama” nel quale spiega come il presidente abbia deciso di fare piccole cose – anche in politica interna – per salvare la sua presidenza, abbandonando del tutto, se mai se n’era preso carico, “la politica della trasformazione”.
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Non c’è nulla come la situazione siriana che possa spiegare meglio le conseguenze di questo ripiegamento obamiano. Oggi in Siria si vota per le presidenziali, soltanto nelle parti del paese controllate dal regime di Assad. Ci sono due candidati alternativi al rais, alternativi si fa per dire, visto che non li conosce nessuno e comunque sono stati “vetted” dal regime: Hassan al Nuri, ex ministro diventato ricco vendendo spazzole per scarpe, e Maher Hajjar, del Partito comunista, che ha fatto cartelloni elettorali con la sua immagine sotto a un ritratto di Assad. La comunità internazionale non riconosce questa tornata elettorale, ma non è che a Damasco qualcuno sia preoccupato di quel che pensa il mondo. Ora che è chiaro che la strategia americana è semplicemente non fare stronzate, Assad può permettersi di dare il colpo fatale a quel processo di transizione che Obama rivendica come un successo. Cosa che in effetti è una stronzata.
Non c’è nulla come la situazione siriana che possa spiegare meglio le conseguenze di questo ripiegamento obamiano. Oggi in Siria si vota per le presidenziali, soltanto nelle parti del paese controllate dal regime di Assad. Ci sono due candidati alternativi al rais, alternativi si fa per dire, visto che non li conosce nessuno e comunque sono stati “vetted” dal regime: Hassan al Nuri, ex ministro diventato ricco vendendo spazzole per scarpe, e Maher Hajjar, del Partito comunista, che ha fatto cartelloni elettorali con la sua immagine sotto a un ritratto di Assad. La comunità internazionale non riconosce questa tornata elettorale, ma non è che a Damasco qualcuno sia preoccupato di quel che pensa il mondo. Ora che è chiaro che la strategia americana è semplicemente non fare stronzate, Assad può permettersi di dare il colpo fatale a quel processo di transizione che Obama rivendica come un successo. Cosa che in effetti è una stronzata.